
Le città di oggi sono in massima parte un agglomerato di cemento e vetro, vivono e respirano come organismi le cui cellule sono gli stessi abitanti. Lungo i muri delle città che siano di pietra, rivestiti di intonaco oppure cemento a vista, fin dall’antichità sono apparsi segni del passaggio di emozioni, dalla felicità alla rabbia, dall’amore allo sconforto. Graffiti i nomi dell’amore oppure del personaggio politico di turno, come nell’antica Pompei. Graffiti i nomi dei santi e delle sante, delle squadre di calcio o di singoli individui che volevano solamente lasciare traccia del proprio passaggio su questa terra immonda e sporca. Agli artisti o a chi negava la stessa arte, gli spazi museali e le gallerie non bastarono più, volevano espandersi nello spazio sociale, sui muri luridi e pieni di vita, per tracciare nuove coordinate fantastiche, che narrassero le gesta dell’eroismo della rivoluzione, come per il muralismo messicano degli anni Trenta, - onore a Diego Rivera! - che scuotessero le coscienze delle classi privilegiate, avvisandole della loro imminente sconfitta storica. Allo stesso tempo le forze fasciste, capendo l’onda d’urto emozionale che i murales scatenavano, crearono la loro versione aberrante, premonizione della seconda grande guerra.
Difatti, le città sono sporche, sono colme di detriti che sono lo scarto dei suoi abitanti ma allo stesso tempo sono ricolme di sogni e desideri. Le macchine desideranti sono anche macchine che disegnano, che immaginano visioni e incubi, con parole o senza. In tempi, più vicini a noi, ad un certo punto, in particolar modo nelle metropoli del benessere consumistico, sui muri delle città apparvero forme nuove, dettate dal desiderio di segnare il territorio e l’anima stessa degli abitanti urbanizzati. E poi ancora, le immagini fatte decorazioni persero il loro significato rivoluzionario perché tutto ciò non bastava per chi rifiutava le ideologie mistificatrici del reale. Per chi voleva celebrare il quotidiano, gli spacciatori, le puttane e le lotte intestine tra gang rivali. Spuntarono come melanomi sulla pelle delle città, i graffiti del quartiere Bronx di New York, come una fiumana di segni che stupravano il perbenismo della classe dirigente, indicando la via verso la libertà creativa. Tra i numerosi nomi, quelli di Basquiat e di Haring divennero allo stesso tempo ribellione ai bianchi, al colonialismo e sottomissione al mercato dell’arte.
E ancora una volta la classe dirigente capì, come oggi, che il muralismo e i graffiti potevano diventare funzionali al potere, ingannando gli occhi degli abitanti delle città e raccontando favole con volti di attori del cinema, della politica, dello sport, della cronaca nera e così via. Il potere ha compreso che gli abitanti della città, in particolare delle periferie volutamente degradate, sono troppo ignoranti e stanchi per accorgersi del doppiogioco degli artisti collusi. E via ad imbrattare i muri di edifici pubblici in nome di messaggi positivi e normalizzanti, quindi acquietanti.
Tuttavia, come ogni cellula sviluppa il proprio tumore, ci saranno artiste e artisti in grado di corrompere il perbenismo dei muri urbani e sviluppare quella malattia mortale di resistenza al nulla culturale che ci circonda. Ricopriamo le mura della città di dio con le nostre deiezioni colorate! Ridisegniamo la nostra città celeste!
Dal muralismo alla street art. MUDEC Invasion, dal 20 marzo al 29 giugno 2025


